Sogni da cancellare

Racconto contenuto nell’antologia «Dieci anni in poche frasi  “Storie Quotidiane”»

Abito in una topaia.

Si, come le tane dei topi: tante stanze, tutte piccole.

Casa mia ha quattro stanze, anzi tre brutte camere ed una, minuscola, sempre chiusa, con solo un letto disfatto.

Ci sono io.

E c’è papà.

Appena si entra c’è un mobile antico con uno specchio enorme in alto, dove non riesco mai a specchiarmi; forse è anche meglio.

È sempre pieno di santini, rosari e quadretti con la Madonna; oltre a sciarpe e cappotti di papà, anche a luglio. Mi sembra di soffocare, ogni volta che entro.

L’estate scorsa ho preso tutto quello che era a portata di mano e l’ho lanciato dalla finestra della sala; ho guardato gli oggetti cadere nel cortile che, anche se è un cumulo di mondezza, a volte penso sia meglio di casa mia.

Faccio la prima superiore.

A scuola mi hanno soprannominata Morticia perché sono bianca, ho le occhiaie e non parlo con nessuno. Resto sempre seduta al mio banco, anche se devo andare al bagno, resisto e me la tengo.

Papà lavora ogni tanto. Quando gli capita. O, forse, quando ha voglia lui.

Mamma piangeva per questo; a volte gli dava i cazzotti sulle spalle ma dopo un minuto lo abbracciava forte scusandosi. Come se la sbagliata fosse lei.

Boh.

Non li ho mai capiti.

Sono certa solamente che lei mi voleva bene davvero.

Ogni giorno si alzava che era ancora buio; lavava le scale del nostro palazzo e poi andava nei palazzi e gli uffici qui vicino.

Sabato e domenica andava a casa delle signore buone a fargli i capelli.

Mamma faticava. Per me e per lui. Mi diceva sempre di studiare e di fare la brava.

Di stare attenta. Ma se le chiedevo a cosa, si agitava ed il nervoso le faceva dimenare le mani in cielo come se volesse recuperare delle parole che, però, non trovava mai.

Alle fine mi diceva “Attenta. Devi stare attenta e basta!”.

È morta. E con lei siamo morti anche io e papà.

Vado a scuola per lei. Passo tutti i pomeriggi sui libri, in cucina, fino a sera, fino a che non mi fa male la testa.

Nel frattempo papà se ne sta davanti alla tv, nella stanza accanto.

Non disturba mai; anche a lui piace che studi. Vuole che studi perché così, un giorno, gli farò fare la vita da milionario. E porteremo i fiori più belli del mondo sulla tomba di mamma.

A volte, però, si dimentica di queste cose; si dimentica della mamma e di me.

Mi dice di chiudere i quaderni, i libri e di mettermi vicino a lui a vedere la tv. Salta da un canale all’altro e mi fa domande.

Mi chiede se ho il fidanzato.

Mi siedo meglio sul divano, un po’ m’irrigidisco chiudendo le gambe e, come se potessi decidere della mia vita, gli dico di no.

“Non avere fretta, sei piccola”.

Poi mi liscia la testa, mi accarezza il collo. “Sei la mia bambina”.

Mi dice che sono bella e resta imbambolato guardandomi come se fosse un bambino sotto un incantesimo. Poi mi prende in braccio e andiamo nella stanza quasi sempre chiusa.

Mi allunga sul letto mentre mi spoglia.

Quando ha finito, mentre si tira su i vestiti, mi dice che quella è l’ultima volta.

Dovrei arrabbiarmi con lui, tiragli i cazzotti sulla schiena, per poi chiedergli scusa.

Ma non sono come la mamma. Lei era forte, energica.

Io vuota, inconsistente, invisibile.

Papà torna subito davanti alla tv, mentre io mi rivesto lentamente; aspetto un po’ che il corpo si risvegli. Quando è sopra di me, metto tutto a dormire: petto, braccia, mani, pensieri, sogni.

Per mamma i sogni sono come le caramelle; buone ma non si devono accettare dagli sconosciuti.

Ognuno ha quelli che ha, quelli che si può permettere.

E lei pensava che me ne potevo permettere tantissimi.

Talmente tanti, che un quaderno di scuola non mi sarebbe bastato per elencarli tutti.

 

Un abitino nuovo.

I plumcake a colazione.

I fiori sempre freschi in casa.

Un viaggio al mare a vedere i delfini.

La pizza con i pomodorini piccoli.

Gli abbracci.

Lo smalto rosa sulle unghie.

Un sonno sereno.

I pop corn al cinema.

Guardare le stelle tutta la notte.

Sorridere.

 

Non so quanti sogni si possono avverare.

Non so neanche se esistono, i sogni; se mamma aveva ragione o no.

So solo che, da quando non c’è più lei, io sto sempre uguale.

 

E i sogni, invece di aggiungerne altri, ho iniziato a cancellarli.