Allievi o studenti?
Bisogna anche saper imparare.
Ogni tanto faccio un incontro importante.
Questa volta, passando per il mio vecchio circolo, ho incontrato il mio vecchio maestro di tennis. Prendevo lezioni da lui oltre 30 anni fa.
Quando inizi con un “come va?” segue sempre un diluvio dei ricordi.
Il maestro è un simpatico vecchio, ancora in forma. Va subito al cuore del problema: “Non abbiamo più allievi”.
Mi salta all’occhio la cosa: allievi, non clienti! Quelli non mancano; in questo momento i campi sono tutti occupati. Mancano quelli che lui chiama “allievi”.
“Vengono a lezione con l’idea che, siccome mi pagano, dovrebbe essere ovvio che imparino. Roba da studenti mediocri. Ecco la differenza tra ‘studente’ e ‘allievo’ è un fattore fondamentale.”
Allarga le braccia e aggiunge: ”Non é un segreto, lo sai. Godo di un certo credito sui campi da tennis, ma loro non capiscono come mai alla fine, essendo venuti ‘a lezione da me’ abbiano imparato poco o niente”.
Fingo, per cortesia, di aver capito.
Il mio maestro mi strizza l’occhio (lui ha capito che non ho capito) e fa: “Ecco, li possiamo considerare ‘studenti’. Tutti sono studenti, a scuola. Ma c’è chi prende 8, oppure 6, e ci sono quelli che prendono 4. Non c’è un diritto al voto migliore. Bisogna meritarselo. A tennis è uguale. Il maestro spiega, non può fare di più. A patto che il mio cliente si senta ‘allievo’.”
Mi fissa per capire se ho capito.
Il vecchio maestro sa come si insegna, ha un linguaggio rude ma diretto, va al cuore. Ha studiato ed ha imparato.
“Con l’allievo ragioniamo insieme, viviamo ogni passaggio di informazioni, suggerimenti, indicazioni. Dal cervello ai polsi, alla racchetta. Allora l’allievo prendere il volo. Tutto quello che gli ho tramesso diventa un paracadute, lui si lancia in gesti mai tentati prima perché sa che ci sono, lo sostengo, che non lo lascerò cadere nel vuoto. Ma tutto dipende da quello che sente lui, non dipende da me.
Ed è vero. Me ne accorgo subito.
Lo sento, lo conosco questo legame; quella fiducia che mi spinge ad insegnare in maniera totale, senza limiti. Ed è la stessa forza che spinge lui ad imparare. Anzi, a tentare di imparare.”
C’è una pausa, Paolo resta come soprappensiero. Poi, lentamente, a bassa voce, mi fa: “Perché un allievo vuole sempre imparare, si sforza.
Si costringe a farlo.
Lo studente sta lì buono buono, ma di suo non ci mette niente. Crede che basti ripetere i movimenti, senza sentirli in testa. Continua a ripetere i gesti, come se ripetesse delle parole di una lingua a lui sconosciuta, per dire cose che non sa cosa vogliano dire.
È a questo punto che insegnare tennis diventa frustrante. Quando lo ‘studente’ fa un colpo misero, s’incazza, si sente fregato. Ha già preso diverse lezioni, si sente defraudato nel suo diritto d’avere un risultato, quel colpo gli ‘deve uscire bene!’ E, incazzato nero, colpo dopo colpo, peggiora.
Un ‘allievo’, invece, quando sbaglia, si ferma a capire dove ha sbagliato e perché. Corregge l’errore quasi da solo. Capisci? Da solo. Perché l’allievo mi guarda negli occhi e ci legge dentro la spiegazione di quell’errore. Farà altri errori, ma non più quello”.
Continuiamo per un po’ e il succo finale è la considerazione che lo ‘studente’ non prova per il tennis alcun amore. Gli interessa perché lo considera socialmente utile. Ha tempo e denaro per dedicargli un pò d’entrambe le cose. Paga stare lì in quel momento. Paga per i completini fighi, le scarpe all’ultimo grido e paga per il tennis.
Non ama la vita del club, ma gli piace il fatto che il club lo qualifichi come qualcuno.
In realtà, non ama per nulla lo sport, che gli procura solo irritazione, delusioni, sconfitte.
L’allievo, invece, è persona molto più rara.
Intanto: ama lo sport. Non ha bisogno del tennis per promuoversi. Quello che fa, lo fa già bene. A scuola o nel lavoro.
Ecco perché in genere sono i ragazzi a imparare subito e bene.
Poi crescono e uno magari diventa un campione.
Ma tutto parte dal primo rapporto col maestro. Imparando nel modo giusto, l’allievo riesce a stabilire con lui questo legame fatto di fiducia, di rispetto, di attenzione costante e intima. Ama lo sport perché prova vero affetto per il suo maestro.
La chiacchierata è finita. Nel mio intimo mi riconosco ‘allievo’.
Grazie al mio maestro gioco come posso, annaspo ma mi diverto quando gioco ed amo – semplicemente – il tennis.



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