Pubblicato 20 Giugno 2022

Non togliamoci il futuro

Leggo una lettera aperta, su un quotidiano nazionale, di un ragazzo poco più che ventenne.

Riporta sue impressioni, paure e speranze a poche settimane dal referendum popolare che ha dimostrato – se ancore ve ne fosse l’esigenza – quanto poco e male la nostra politica rappresenti le virtù del Paese.

“Sono giovane, un ventiquattrenne studente di Fisica alla Sapienza, e non so più quale sarà il mio futuro lavoro. Di più: non so se lavorerò in Italia (e se si per quanto) e al solo pensiero me ne dispiaccio….Spesse volte penso che non vi siano possibilità per chi vuole e per chi merita, in ogni settore e (ancora peggio, forse) ad ogni livello.

Il lavoro è dignità e in molti casi, purtroppo, in Italia, il lavoro non dona dignità.

Ritengo che un lavoro dignitoso non sia quello che faccia comprare molti e grandi beni; è quello che da modo a tutti di potersi permettere una cena fuori ogni tanto, una  vancaza normale, un regalo a figli, nipoti o affetti ad esempio.”

Per molti questo è un lusso, per altri lo è diventato: non è normale.

“Credo nelle istituzioni, ma confesso che mi è difficile credere nella politicaodierna.”

Anche io credo nelle istituzioni; anche se più volte negli anni sono venute meno le reali capacità di crederci e spesso ho vacillato. Poi, ho deciso di pensare alle radici del nostro Paese e, amando agli alberi, so che se le radici sono profonde si può piegare allo stremo, storcersi e deformarsi ma non muore: quindi continuo a crederci.

“Uno Stato dovrebbe fondarsi sull’istruzione, sulla salute, sull’educazione civica e sul benessere economico. Mi sembra manchino tutti.”

Vero. Non se ne salva uno.

Sono sempre stato convinto che il Sapere – la cultura in generale – sia strada “dritta” alla libertà.

L’Italia, per di più, è un paese di cultura, di artisti, scienziati, poeti…anche se il tutto lo decliniamo per fare bella figura con i nostri pari o, per gli studenti, nel provare a prendere bei voti.

Insomma, il contrario del determinarci come uomini, come persone libere; perché non siamo solo quello che facciamo ma quello che diciamo e, soprattutto, quello che pensiamo.

Così per gli altri argomenti che il ragazzo indica: ad esempio la salute, che non è il diritto a crepare dignitosamente ma a vivere bene.

Stringendo, mi sono sentito molto empatico con chi, poco più piccolo di mio figlio, s’interroga sul come una classe dirigente (la nostra classe dirigente!) ha fallito per l’ennesima volta, dimostrando il completo disinteresse degli italiani alla Cosa Pubblica.

Abbiamo la “politica del gerundio”: stiamo valutando, stiamo vedendo, stiamo dialogando con le parti….siamo andati indietro di migliaia di anni se penso a Catone con il suo “Rem tene, verba sequentur” (possiedi l’argomento, le parole seguiranno) visto che la sensazione è di un continuo parlare con poca cognizione di causa da parte di un pò tutti i politici – e scusate la generalizzazione.

La lettera si chiude con:

“E se leggendo queste mie parole, porterò anche solo una persona a riflettere, a fare quelcosa in più, allora non sarà vano lo sforzo di credere al futuro, di sperare.”

No, ragazzo mio, non sarà mai vano lo sforzo che compiamo per portare qualcuno a riflettere.

Ed una persona, sicuramente, l’hai portata a farlo.

Grazie